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Vincenzo de' Paoli

CARITAS > Santi della Carità

VINCENZO DE' PAOLI

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Vincenzo de' Paoli nacque il 24 aprile 1581 a Pouy, nella poverissima regione francese delle Lande.

"Nel mio paese, ci si nutre d' un piccolo grano chiamato miglio che si pone a cuocere in un recipiente, si versa poi in un vassoio all'ora di pranzo e tutta la famiglia vi si riunisce intorno per la refezione; poi si torna al lavoro."

Per sfuggire agli stenti, le uniche vie erano la carriera ecclesiastica, la vita religiosa, l'arruolamento in eserciti di ventura o il brigantaggio. Vincenzo, nell'assillo del tentare la via della ricchezza, scelse la carriera ecclesiastica.
L'ordinazione sacerdotale avvenne il 23 settembre 1600. Egli aveva allora diciannove anni, età non propriamente canonica, ma l'abuso era abbastanza generalizzato. Il Santo affermerà più tardi, riguardo la propria vocazione:

"Se avessi saputo quello che era, quando ebbi la temerità di entrarvi, come l' ho saputo dopo, avrei preferito lavorare la terra piuttosto che impegnarmi in uno stato così tremendo."

Egli aveva inteso il sacerdozio non come risposta ad una chiamata divina nell' "intenzione pura di onorare Nostro Signore" ma come sistemazione economica per sè e per la propria famiglia.
Di ritorno da Marsiglia, dove si era recato per recuperare un'eredità, Vincenzo venne catturato da pirati turchi e condotto schiavo a Tunisi. Venduto, giunse prima alle dipendenze di un alchimista, poi venne addetto ai lavori agricoli da un rinnegato di Nizza. La situazione disperata in cui venne a trovarsi, risvegliò in lui una più profonda intimità con Dio. Ripensò al suo stato sacerdotale, alla sua lontananza dagli affetti più cari, al fallimento di tutte le sue speranze. Contribuì al suo risveglio spirituale una delle tre donne del padrone, anch'ella schiava. Sapendolo cristiano, chiese a Vincenzo di cantarle lodi mariane e alcuni salmi, acuendo in lui la nostalgia di Dio. Il padrone rinnegato, forse mosso al pentimento dalla donna, decise di ritornare in Francia insieme a Vincenzo.
Vincenzo tornò a Parigi nel 1608, ancora ricercando l'ambito beneficio che gli doveva assicurare la stabilità e, come usava dire, una "onesta ritirata".

"Mi affligge il dover rimanere ancora in questa città per riavere l'occasione di un mio avanzamento (che i disastri hanno tolto), perché non posso venir da voi ad usarvi quei servigi che vi devo."

Privo di mezzi economici e di protezioni influenti, si trovò in una condizione miserabile e dovette condividere l'affitto di una povera stanza con un giudice conciliatore. Un giorno il garzone della farmacia, venuto a portare un farmaco a Vincenzo ammalato, rubò del denaro dall'armadio del giudice. Quest'ultimo ne accusò Vincenzo e insistette. La diffamazione divenne pubblica, ma il Santo si rimise unicamente a Dio.

"Cercherai di difenderti? Ecco una cosa di cui ti accusano, nonostante che non sia vera. No! Bisogna che sopporti con pazienza... Lasciamo a Dio il compito di rivelare il segreto delle coscienze."

Ecco un altro evento rivelatore dell'opera di Dio nella sua vita. Si scorgeva una nuova prospettiva nella sua vita interiore, anche se la svolta non era compiuta.
Sposa ripudiata di Enrico IV, ultima discendente diretta dei Valois, Margherita era circondata da una colorita schiera di cortigiani fra cui religiosi, teologi e sei cappellani.Vincenzo era uno di questi. L'ex-regina, pur non rinunciando alla vita galante, impegnava il suo tempo in pratiche di pietà e opere di misericordia. San Vincenzo, in qualità di quinto cappellano-elemosiniere, entrò per la prima volta all'Ospedale della Carità, retto dai Fratelli di san Giovanni di Dio. Il nome "Casa di Dio"("Hotel Dieu") nascondeva in realtà un luogo disumano. Vi si raccoglievano i mendicanti delle strade di Parigi ormai in fin di vita. Sistemati sulla paglia in grandi stanzoni, addossati l'uno all'altro, ricevevano una scodella di brodo al giorno. Ogni mattina i morti erano rimossi e altri disperati ne prendevano il posto.
San Vincenzo uscì da quella visita sconvolto: "Signore, perdonami. Non lo sapevo!". Poco tempo prima aveva scritto alla madre riguardo 15.000 scudi, destinati ad un protettore compiacente che avrebbe dovuto procurargli la nomina a vescovo. San Vincenzo donò discretamente quel denaro ai poveri dell'Ospedale. Le mire di carriera e di ricchezza sparirono definitivamente.
Il suo orizzonte non solo si aprì, ma si accese di una nuova luce e, per la prima volta, a lui, nato povero, gli si mostrò il vero volto dei poveri. Egli scoprì la sua vocazione, con il desiderio di vivere il suo sacerdozio in pienezza.

Alla scuola del card.de Bérulle, di san Francesco di Sales e di p. Duval San Vincenzo scelse come direttore spirituale Pierre de Bérulle (1575-1629). Entrò così in contatto con le correnti religiose più fervide e vivaci della Chiesa francese, che lavoravano per le riforme elaborate dal Concilio di Trento. Soprattutto fu introdotto alla conoscenza del mistero di Cristo, centro di tutto l'universo cristiano. Con il Bérulle scoprì anche la spiritualità carmelitana, radicata nell'Amore a Cristo.
La scuola francese di spiritualità, o, per meglio dire, la scuola "bérulliana" della prima metà del Seicento riportò la fede all'essenziale mistero del Figlio di Dio incarnato nell'uomo. San Vincenzo incominciò ad avvertire in modo sempre più forte che l'Incarnazione ha posto definitivamente Gesù Cristo fra i poveri: ed essi, in Lui, diventarono il cuore della sua vita.
Altri grandi ispiratori di san Vincenzo furono padre Duval(1564-1638) e, soprattutto, san Francesco di Sales(1567-1622). Da quest'ultimo, venne introdotto alla contemplazione dell'Amore divino ed apprese un modello perfetto per dolcezza, affabilità e disponibilità. Si affinò nella pratica della presenza di Dio, nello stato di indifferenza e nell'esercizio dell'amore affettivo ed effettivo. Gesù Cristo diventò per lui l'immagine perfetta della divinità che vive la perfezione dell'umanità. In questo senso Cristo diviene l'ideale della perfezione umana e della santità, raggiungibile in ogni stato di vita.
In p. André Duval, san Vincenzo apprezzò l' attenzione ai semplici, che approfondirà poi alla scuola dei poveri, incarnazione del Cristo Crocifisso. Per il Santo, non è possibile continuare la missione di Cristo se il cristianesimo non s'inserisce in questo movimento dell'incarnazione. L'Amore, incarnato in Gesù Cristo, unisce Dio e l'uomo e l'uomo a Dio, nella forza rigenerante della misericordia e nella potenza del perdono. Il Cristo svela l'uomo all'uomo. Si identifica con lui, con lui vive la sua abiezione.
"Ricordatevi... che noi viviamo in Gesù Cristo per la morte di Gesù Cristo, e che dobbiamo morire in Gesù Cristo per la vita di Gesù Cristo, e che la nostra vita dev'essere nascosta in Gesù Cristo e piena di Gesù Cristo, e che, per morire come Gesù Cristo, bisogna vivere come Gesù Cristo."

"Dobbiamo unirci al prossimo mediante la carità per unirci a Dio mediante Gesù Cristo."

Gesù Cristo è l'Inviato del Padre, il Missionario, l'Evangelizzatore dei Poveri, il Servo.


"Nulla mi è gradito se non in Gesù Cristo."


"Dovete dunque, signore, spogliarvi di voi stesso per rivestirvi di Gesù Cristo."

Da sottolineare anche l'influenza spirituale di Benedetto da Canfield(1562-1619), cappuccino inglese convertito, che unificava e sintetizzava la vita spirituale nella pratica del compiere la volontà di Dio, seguendo e non prevenendo la Provvidenza, e di santa Teresa d'Avila (1515-1582), per l'amore all'Incarnazione, per l'esperienza spirituale del Cristo, per l'abbandono amante espresso con "Dio solo basta", risposta d'Amore a Colui che continuamente dona Amore.
Modello di quest'unione è Maria Vergine, Madre di Dio, Sposa e Serva nell'opera redentrice del Figlio. San Vincenzo, forse per delicata confidenza, di Maria non parlò molto e non scrisse di più, ma la tenera maternità della madre di Cristo segnò la sua spiritualità e si espresse intensamente nei suoi gesti.



"Ringraziate Iddio, figlie mie, per essere state chiamate ad una vocazione così perfetta; pregatelo perché vi dia tutte le grazie necessarie per essergli fedeli. Lo supplico con tutto il cuore, e gli chiedo per voi quella d'imitare la Vergine Santissima nella cura, nella vigilanza e nell'amore che aveva per il suo Figlio, affinché come essa, vere madri e vergini insieme, educhiate quei piccini nel timore e nell'amore di Dio, sì, che potranno glorificarlo eternamente per voi."

Nel mondo interiore di san Vincenzo mise dimora la tenerezza di Cristo che lo condusse all'azione concreta. Egli divenne umile strumento dell'Amore nell'adempimento della promessa evangelica a favore dei Poveri.

"Far conoscere Dio ai poveri, annunziare loro Gesù Cristo, dir loro che il regno dei cieli è vicino ed è per i poveri. Oh! quanto è grande! Ma che siamo chiamati ad essere soci e partecipi dei disegni del Figlio di Dio, ciò sorpassa il nostro intendimento... è una missione tanto sublime quella di evangelizzare i poveri, che è, per eccellenza, la missione del Figlio di Dio; e noi siamo applicati come strumenti per mezzo dei quali Egli continua a fare dal cielo quello che fece sulla terra."


Pastore d'anime
L'amico Bérulle introdusse san Vincenzo nella nobile famiglia dei Gondi come cappellano e direttore spirituale. Egli conquistò rapidamente stima e simpatia ed essi divennero i suoi grandi protettori e benefattori. Nella loro splendida dimora si sentì però nuovamente prigioniero. Presto gli fu concesso di andar parroco prima a Clichy, nelle campagne attorno a Parigi, e poi a Chatillon-les-Dombes, nella Bresse.

Il Santo rimase scosso dalla grande povertà della gente delle campagne, economicamente oppressa e spiritualmente completamente abbandonata.
"Il povero popolo si danna e muore di fame!"

Per far fronte a quella situazione, egli seguì alcune linee fondamentali: la formazione del clero (molti preti non conoscevano neppure la formula dell'assoluzione sacramentale), la conversione di eretici e la cura dell'ambito pastorale.
In questo ambiente, per la prima volta, istituì la Compagnia della Carità (1617), perché la comunità cristiana si prendesse cura dei suoi poveri per sottrarli alla condizione di indigenza. A questo scopo valorizzò le doti della donna (secondo san Vincenzo più sensibile alla Carità), pur non trascurando anche le peculiarità maschili. Difatti le Confraternite organizzarono il servizio in modo complementare: le donne si occuparono prevalentemente della cura dei malati, gli uomini del sostegno e dell'avviamento al lavoro dei poveri. Ad entrambi fu sempre richiesto di accompagnare il sollievo materiale con il conforto spirituale.

Ecco il racconto della nascita della prima Compagnia della Carità, narrato dallo stesso Santo:


"...trovandomi vicino a Lione, dove la Provvidenza mi aveva chiamato a fare il Parroco, una domenica, mentre mi vestivo per dire la Santa Messa, vennero a dirmi che in una casa isolata, a un quarto di lega di distanza, tutti erano malati, senza che rimanesse una sola persona in piedi per assistere gli altri, e tutti quanti in una miseria da non dirsi. Ne fui vivamente commosso. Non mancai di raccomandarli, nella predica, con affetto, e Dio toccando il cuore di quelli che mi ascoltavano, fece sì che tutti si fossero presi da compassione per quei poveri sventurati.

Nel pomeriggio si tenne un'adunanza in casa di una buona signorina della città per vedere quali soccorsi fosse possibile portare loro; ciascuno era disposto ad andarli a consolare e aiutarli secondo i propri mezzi. Dopo i vespri, presi un galantuomo, un borghese della città ed insieme ci mettemmo in cammino. Sulla via incontrammo alcune donne che ci precedevano, e un poco più in là, altre che tornavano. E siccome era in estate, durante il gran caldo, quelle buone signore si mettevano a sedere lungo le vie per riposarsi e rinfrescarsi. Infine, figlie mie, ve n'erano tante che l'avreste detta una processione. Appena arrivato...

si trattò del come si poteva soccorrerli nelle loro necessità. Proposi a tutte le buone persone che la carità aveva spinto a recarsi colà, di quotarsi, un giorno per una, per far da mangiare, non soltanto per quelli ma per anche per coloro che sarebbero poi venuti dopo; ed è il primo luogo dove la Carità fu istituita."


Si trattava dunque di organizzare la Carità perché fosse ordinata e duratura. Le Confraternite si diffusero con rapidità. In esse si svilupparono la promozione sociale dei poveri e l'azione rinnovatrice della Chiesa.
I Gondi ricorsero al Bérulle per il ritorno di san Vincenzo fra loro. Il Santo accettò, non per dedicarsi soltanto alla direzione spirituale dei suoi ospiti e all'educazione dei loro figli, ma perché nelle vaste terre dei Gondi e nell'ambito della loro potente influenza, gli si aprivano nuovi e grandi orizzonti per la sua azione pastorale.
Egli era ormai profondamente cambiato. Cristo e i poveri lo avevano ormai conquistato. La sua preghiera era ispirata dal desiderio di un cuore come quello del Figlio di Dio per commuoversi e soccorrere ogni miseria, divenendo amabile con tutti dell'amabilità di Cristo.
Il signor de Gondi era anche generale delle Galere. I galeotti, condannati a remare sulle navi da guerra, rimanevano incatenati giorno e notte al loro posto, sotto le staffilate dei còmiti.

San Vincenzo scoprì una spaventosa miseria. Grazie al generale, ne fu nominato Cappellano (1619).

"Sorelle, quale felicità servire i poveri forzati, abbandonati nelle mani di persone senza compassione! Ho visto quella povera gente trattata come bestie; Dio ne è rimasto commosso."

La cosa peggiore era forse la mancanza di assistenza giuridica. Condannati pur per un breve periodo, i reclusi si vedevano prolungare la pena a tempo indeterminato per il grande bisogno di braccia che si aveva e per il disordine burocratico. San Vincenzo indusse il generale a far rispettare i diritti fondamentali di quei condannati: vitto sano e abbondante, pulizia, sistemazione degna, riposo, cure mediche, termini della pena. Contemporaneamente si dedicò alla loro formazione spirituale.
Negli estesi possedimenti dei Gondi il Santo continuò l'azione pastorale intrapresa a Chatillon. Proprio in occasione di una predica a Folleville, nacque l'idea delle "missioni al popolo". L'iniziativa fu subito sostenuta dalla signora de Gondi. Ella destinò un'ingente somma per fondare una comunità religiosa che si dedicasse a queste missioni.

Parigi e le grandi opere: i Missionari, le Dame, le Figlie della Carità.
Attorno a san Vincenzo iniziarono a radunarsi alcuni sacerdoti che lo aiutarono nella predicazione delle missioni. Era il primo nucleo della nuova comunità, chiamata poi Congregazione della Missione(1625). Quando il Santo ebbe in dono il priorato di san Lazzaro a Parigi, la comunità di Missionari trovò la sua sede definitiva e se ne perfezionò l'istituzione. San Vincenzo non volle che i Missionari fossero religiosi, per inserirli pienamente nel clero ed evitare la conventualità, e propose loro quattro voti semplici: castità, povertà, obbedienza ed evangelizzazione dei poveri, con preminenza di quest'ultimo, poiché il vincolo della loro fedeltà doveva essere l'amore per i poveri.

"I missionari, più di tutti gli altri sacerdoti, devono essere pieni dello spirito di compassione, essendo obbligati, per il loro stato e la loro vocazione, a servire i più miserabili, i più abbandonati, i più oppressi dalle miserie materiali e spirituali."


Perché la Carità non trascurasse la Giustizia, i Missionari dovevano prestare il loro servizio gratuitamente per non gravare sulla povera gente. Erano chiamati a dedicarsi a tutte le opere di carità, all' occorrenza anche alla sepoltura dei morti e, in caso di necessità, a dividere i loro beni con i poveri come avvenne a san Lazzaro quando san Vincenzo ridusse a metà la razione quotidiana di cibo per contribuire al soccorso di quindicimila profughi della Champagne.

"Non è conveniente vendere il frumento accumulato nei granai di san Lazzaro. E' preferibile prestarlo ad interesse al buon Dio, dandolo in elemosina ai poveri."


"Non furono risparmiate nè risorse nè fatiche. Nei momenti più critici della Fronda, S. Lazzaro restò quasi deserto. Tutti i Missionari si trovarono nelle regioni disastrate. Alcuni vuoti non furono più riempiti. I loro occupanti erano morti, come diceva Vincenzo - con le armi in pugno da martiri della carità -. Il vasto movimento di amore compassionevole e attivo verso il povero, messo in atto da Vincenzo de' Paoli, salva dalla accusa di disumanità la Francia dei Cardinali ambiziosi, dei Vescovi intriganti, dei Generali spietati e dei Soldati, impazziti di crudeltà e di cupidigia ...".

I Missionari si impegnarono in particolare nella formazione del clero, soprattutto dei seminaristi. L'Opera degli ordinandi, le Conferenze del Martedì per la formazione continua dei sacerdoti e i Ritiri spirituali manifestarono l'alta considerazione di san Vincenzo per lo stato sacerdotale. Egli era convinto della necessità di formare un clero degno e aperto alla missione. Appena il numero dei Missionari lo consentì, san Vincenzo inviò confratelli in Nord Africa, in Scozia, in Polonia e in Madagascar. Le "missioni estere" divennero il terzo fine della Congregazione della Missione.
Per la cura dei poveri dell' "Hotel Dieu" di Parigi, san Vincenzo organizzò un'associazione di signore. Da questa fondazione ebbe inizio una fioritura di Compagnie come questa, a Parigi e in tutta la Francia. Nella capitale si associarono prevalentemente dame dell'alta società. Fuori Parigi, l'associazione mantenne un carattere popolare, come la prima a Chatillon: donne del popolo che si impegnavano nella carità, esprimendo la tenerezza e l'accoglienza della Chiesa.
Lo scopo dell'associazione non era soltanto la sollecitudine materiale per gli infermi, ma soprattutto l'aiuto spirituale, in particolare la pratica sacramentale. A tal fine san Vincenzo scrisse un libretto di istruzioni. Il Regolamento prescriveva la visita degli infermi nelle loro case; per rispetto dei Poveri, le signore dovevano vestirsi il più semplicemente possibile, senza lusso, per non rattristarli.
San Vincenzo mantenne per le sue "Carità" un carattere laicale, garantendone la flessibilità e la tempestività degli interventi in soccorso di ogni forma di povertà. Principio direttivo era l'Amor di Dio e la sua predilezione per coloro che vivono in situazioni di maggior disagio, per i piccoli, per i più sofferenti.
Le caratteristiche del servizio vincenziano restano ancor oggi: prontezza, compassione, dolcezza, rispetto, mitezza, misericordia, tenerezza, consolazione; il tutto in umiltà e semplicità nella Carità.
Molte dame dell'alta società, in ragione del loro rango e dell'opposizione dei famigliari, avevano molte difficoltà nell'andare a trovare i poveri nei loro tuguri. Iniziarono a verificarsi i primi inconvenienti. San Vincenzo pensò di affidare la visita domiciliare a semplici ragazze, spesso d'origine contadina - le future Figlie della Carità - , che sentissero il servizio dei poveri come forma di consacrazione a Cristo.
Nella sua passione per la giustizia, san Vincenzo si impegnò a scoprire e denunciare le povertà, ad assumerle e a farle incontrare con risorse ed energie nuove. Organizzò nelle Parrocchie una sorta di Consiglio Pastorale per dare continuità all'impegno caritativo. Il laico ebbe parte attiva, viva, propositiva.
La stessa Luisa de Marillac, cofondatrice delle Figlie della Carità (1633), presiedette prima le Confraternite (1629) come donna sposata, poi, con san Vincenzo, divenne strumento di Dio per la nascita dell'innovativa comunità non "religiosa" delle Figlie della Carità.San Vincenzo non volle per loro clausura, non volle voti, abito, grata, parlatorio. Dovevano vivere semplicemente "da buone cristiane, per essere buone Figlie della Carità, per formarvi alle virtù proprie del vostro stato, per assistere i poveri malati...".
Non era richiesta loro una dote, poiché ognuna doveva mantenersi con il proprio lavoro e, soltanto in caso di necessità, con elemosine.
Non volle cappella. Pretese per loro una casa simile a quella dei poveri.

"Ecco il secondo articolo: - 2° Considereranno che non sono monache, perché tale stato non si addirebbe alle occupazioni proprie della loro vocazione...non avendo per monastero se non le case dei malati e quella dove risiede la superiora, per cella una camera d'affitto, per cappella la chiesa parrocchiale, per chiostro le vie della città, per clausura l'obbedienza, non dovendo andare se non dai malati e nei luoghi necessari per il loro servizio, per grata il timor di Dio, per velo la santa modestia, e non facendo altra professione per assicurare la loro vocazione all'infuori di quella continua fiducia che hanno nella divina Provvidenza e dell'offerta di tutto quello che sono e di tutto quello che fanno per il servizio dei poveri...".

Era un nuovo orientamento della Carità. Essa diveniva diritto dell'altro, debito d'amore che si è chiamati a estinguere. La consacrata usciva dal chiostro per incontrare i fratelli nelle strade, nei luoghi della vita, negli eremi della sofferenza. A tutti portava Cristo. In tutti desiderava trovarlo, in tutti contemplarlo.

"Serve dei poveri, è come si dicesse, Serve di Gesù Cristo, perché egli considera fatto a Sè quello che è fatto a loro che sono sue membra."


"La vita consacrata mostra così, con l'eloquenza delle opere, che la divina carità è fondamento e stimolo dell'amore gratuito ed operoso. Ne era ben convinto S.Vincenzo de Paoli quando indicava alle Figlie della Carità questo programma di vita: "Lo spirito della Compagnia consiste nel darsi a Dio per amare Nostro Signore e servirlo nella persona dei poveri materialmente e spiritualmente, nelle loro case e altrove, per istruire le povere giovinette, i bambini, in generale tutti coloro che la divina Provvidenza vi manda.". Tra i diversi possibili ambiti della carità, certamente quello che a titolo speciale manifesta al mondo l'amore "sino alla fine" è, oggi, l'annuncio appassionato di Gesù Cristo a coloro che ancora non lo conoscono, a coloro che l'hanno dimenticato e, in modo preferenziale, ai poveri."


Nella fondazione delle Figlie della Carità ben si espresse la fiducia costante ed inesauribile del Santo nella conduzione divina dell'Opera. Egli chiamarò in causa l'ingegno, la capacità e la forza della donna, fino ad allora condizionata alla sola scelta fra vita matrimoniale o claustrale. Coinvolse solide ragazze di campagna, perché "poveri" che comprendono, aiutano, sostengono e servono altri poveri. Inviò queste inesperte donne nei luoghi più rischiosi: campi di battaglia, galere, strade malfamate, ospedali. Richiese la completa mobilità. Non volle la sicurezza di luoghi tutelati come i conventi, per una maggior libertà e disponibilità. All'occorrenza non cercò neppure la protezione del Vescovo del luogo.
Il motto recitava "La Carità di Cristo ci urge". Un amore che stimola, che spinge, che arde nel cuore, "al soccorso del prossimo...come si corre al fuoco". Nella donna consacrata alla Carità riviveva la maternità della Chiesa, che accorre sollecita ad ogni gemito o grido di aiuto.
"Oh, che fortuna, se, senza che Dio ne fosse offeso, la Compagnia non dovesse servire che i poveri privi di tutto."

Santa Luisa irradia nel sentire vincenziano il calore e la forza dello Spirito Santo.
"Supplico la bontà di Nostro Signore che disponga le vostre anime a ricevere lo Spirito Santo, così che, bruciate dal fuoco del suo santo amore, siate consumate nella perfezione di questo amore che vi farà amare sopra tutte le cose la santissima volontà di Dio."

L'esperienza delle Figlie della Carità ha inciso fortemente sull'evoluzione della vita consacrata femminile e ha costituito il modello per molte comunità di vita attiva, nate nei secoli seguenti. San Vincenzo e santa Luisa crearono un nuovo stile di esistenza nella Chiesa e nella società.
Carità e istituzioni più innovative
La sofferta esperienza della prigionia gli ricordò sempre gli schiavi dei Turchi. Egli fondò i consolati di Tunisi ed Algeri per la loro assistenza e liberazione. La sua preoccupazione era tale che, non essendogli consentito l'invio di sacerdoti, non graditi dalle autorità ottomane, mandò come consoli i chierici dell'ultimo anno di teologia. A loro diceva commosso: "Non sarai sacerdote nella Chiesa militante, ma lo sei già in quella gloriosa.".
A Parigi, come in altre città, si era tristemente radicato l'uso dell'esporre gli illegittimi alla porta delle chiese durante la notte. Chi sopravviveva al freddo e ai cani, veniva portato a Notre Dame, cattedrale parigina, per essere scelto e adottato da famiglie agiate. Gli altri erano affidati a mendicanti senza scrupoli, che li storpiavano per muovere maggiormente a pietà i passanti e aumentarne le offerte. San Vincenzo dovette vincere l'ostinazione e il disprezzo dell'alta società per questi cosiddetti "figli del peccato". I primi tempi furono difficili, poi anche questo divenne uno dei servizi delle Figlie della Carità.
Tra i più abbandonati, nella società del tempo, vi erano certamente i malati mentali. Il manicomio era organizzato come una prigione, anche in ragione della pericolosità di alcuni. San Vincenzo non poteva comprendere questa grave forma di ingiustizia.

"Trattateli come trattiamo noi stessi. Ho saputo che qualche volta si danno loro porzioni disgustose e mal cucinate, senza condimento, inclusa la carne e il vino avanzati del giorno prima... Pensate fratelli, che è una ingiustizia verso quella povera gente, alcuni dei quali sono miseri innocenti rinchiusi, che non possono vedervi e lamentarsi dell'ingiustizia che fate loro. Se faceste questo ad una persona della Compagnia, a me o ad un altro, potremmo esigere che ci faceste giustizia e ci trattaste come gli altri; ma questa gente non si trova nella capacità di poter dire le proprie ragioni".

Le brutali, crudeli guerre di religione che si susseguirono in Francia in quelli anni, provocarono migliaia e migliaia di profughi. San Vincenzo non guardò al credo religioso e si prese cura di tutti. Organizzò un ramificato sistema di distribuzione di aiuti materiali, mai tralasciando l'accompagnamento spirituale. Per le ingenti spese coinvolse tutta l'alta società parigina, raggiungendo gli stessi Reali. Invitò la regina a far dono dei propri gioielli, perché, le diceva, una maestà non ha bisogno di preziosi per ornamento, ma di misericordia.
I mendicanti erano una delle presenze più scomode nella società francese del tempo. Lo stato cercava di affrontare il problema con mentalità poliziesca, secondo l'equazione: mendicante uguale delinquente. San Vincenzo, con lo sguardo della Carità, vide in quella gente arrabbiata e disperata "le membra afflitte di Nostro Signore".

"I poveri non sono le membra afflitte di Nostro Signore? Non sono nostri fratelli? E se i sacerdoti li abbandonano chi volete che li assista? Perciò, se tra noi vi fosse qualcuno che pensasse di appartenere alla Missione per evangelizzare i poveri e non per soccorrerli, per provvedere ai loro bisogni spirituali e non ai temporali, rispondo che noi dobbiamo assisterli e farli assistere in tutte le maniere, da noi e da altri, se vogliamo udire queste consolanti parole del supremo Giudice dei vivi e dei morti: "Venite, benedetti dal Padre mio, a possedere il regno che vi ho preparato, perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ero nudo e mi avete rivestito; malato e mi avete assistito". Fare questo è evangelizzare con parole e opere, è la cosa più perfetta, ed anche quello che Nostro Signore ha praticato."

Non si fermò all'elemosina di un primo aiuto: pane, minestra, qualche medicazione, una coperta. Egli acquistò una casa nelle vicinanze di San Lazzaro, conosciuta come "Nome di Gesù" e la sistemò per accogliere almeno una quarantina di anziani ed invalidi raccolti dalla strada. La cura corporale era affidata alle Figlie della Carità, quella spirituale ai Missionari. Le giornate erano poi impegnate da piccole attività artigianali, insegnate da esterni che si prestavano per questo servizio. Pochi anni più tardi si tentò di coinvolgere il Santo in una istituzione pubblica su vasta scala. Egli riuscì a tenersene fuori poiché l' "Ospedale Generale" sarebbe divenuto un mezzo per allontanare dalla società i poveri, gettandoli in un ghetto di alienazione e di costrizione, anziché soccorrerli, amarli e servirli come incarnazione di Gesù Cristo.Il Santo sperimentò la ricchezza del regno di Dio nella persona dei poveri, degli affamati e assetati di giustizia. Essi divennero la sua vocazione e missione.
San Vincenzo ripeterà spesso: "Teniamoci bassi!".

"No, signore, nè la filosofia, nè la teologia, nè i discorsi operano nelle anime; è necessario che Gesù Cristo se ne occupi con noi e noi con Lui; che operiamo in Lui e noi in Lui; che parliamo come Lui e nel suo spirito, come Egli stesso era nel Padre suo, predicando la dottrina che Gli aveva insegnato".

Il suo pensiero è instancabilmente orientato dall'Amore alla contemplazione del Figlio di Dio incarnato e presente in ogni uomo. All'origine vi è un'esperienza mistica, che mette la sua interiorità in profonda relazione con Cristo. Ogni pensiero e ogni moto interiore divengono adorazione, "...la sua città diventa il suo monastero, i volti segnati dal dolore l'ostensorio in cui ha contemplato la Presenza Eucaristica". Egli riconosce la parola dell' Amore anche nella bestemmia di ogni fratello disperato; l'ultimo fra gli uomini diviene per lui, veramente, la via diritta e sicura a Cristo. La sua Carità unisce così Dio e ogni uomo, senza separarli mai.
I testi ispirati e l'esperienza mistica con i Poveri sono le ineludibili note della medesima armonia. Senza l'una perde senso anche l'altra, entrambe fissate all'autentico rigo. E san Vincenzo innalza la sua lode accordandosi su queste due tonalità nell'unica chiave di Cristo. Tutto si riferisce al suo Amore.

"...cercate di aver sempre la veste della carità, i cui segni sono l'amor di Dio, del prossimo e delle sorelle... L'amor di Dio è in alto; al centro è la carità del prossimo e l'amore dei poveri; e in basso è la carità fra di voi. Ah! Che bella veste è mai questa!"
Uno dei testi della Sacra Scrittura più amati da san Vincenzo è il capitolo 58 di Isaia:
"Sono vent'anni che non posso leggere questa epistola, tratta dal 58° capitolo di Isaia, senza sentirmi fortemente turbato, ma, ciò nonostante, non divento migliore."


"Parola del Signore Iddio: - Grida a squarciagola, non avere riguardo; come una tromba alza la voce; dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati. Mi cercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio... Ecco voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse questo il digiuno che io bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato? Nell' introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza distogliere gli occhi dalla tua gente? Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.". Is 58, 1-8.




San Vincenzo de' Paoli muore all'alba del 27 settembre 1660... poco prima aveva detto:
"Non ho ancora fatto niente... Bisogna fare di più...".


Vincenzo de' Paoli su wikipedia

San Vincenzo de' Paoli Sacerdote e fondatore su santi e beati


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