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San Francesco d'Assisi

CARITAS > Santi della Carità

SAN FRANCESCO D'ASSISI

Le citazioni sono tratte dalla LEGENDA MAJOR che è la vita di San Francesco D'Assisi, scritta da Frate Bonaventura da Bagnoregio, il grande e santo maestro di teologia, che all'epoca ricopriva anche la carica di ministro generale dell'Ordine francescano.

  "La Grazia di Dio, nostro salvatore, in questi ultimi tempi è apparsa" (Tt2,11), nel suo servo Francesco, a tutti coloro che sono veramente umili e veramente amici della santa povertà.

Francesco nacque ad Assisi il 26 settembre del 1182 dall'agiato commerciante Pietro Bernardone e da donna Pica e fu battezzato con il nome di Giovanni, che il padre mutò poi in Francesco per esternare la propria ammirazione per la Francia, con la quale era in rapporti d'affari. Francesco conosceva il latino, parlava correntemente il provenzale ed il francese ed era dotato di eccezionali qualità naturali; avviato, infatti, fin dall'età di quattordici anni alla mercatura, si rivelò ben presto giovane esuberante e pieno di ambiziosi sogni cavallereschi. La sua giovinezza fu gaudente ma non difforme da illibatezza e purezza.

  Nell'età giovanile, crebbe tra le vanità dei vani figli degli uomini. Dopo un'istruzione sommaria, venne destinato alla lucrosa attività del commercio. Ma, assistito e protetto dall'alto, benché vivesse tra giovani lascivi e fosse incline ai piaceri, non seguì gli istinti sfrenati dei sensi e, benché vivesse tra vari mercanti e fosse intento ai guadagni, "non ripose la sua speranza nel denaro e nei tesori" (Sir 31,8). Dio infatti aveva infuso nell'intimo del giovane Francesco un sentimento di generosa compassione verso i poveri, che, crescendo con lui dall'infanzia, gli aveva riempito il cuore di bontà, tanto che già allora, ascoltatore non sordo del Vangelo, si propose di dare a chiunque gli chiedesse, soprattutto se chiedeva adducendo a motivo l'amore di Dio.

  La dolce mansuetudine unita alla raffinatezza dei costumi, la pazienza e l'affabilità più che umane, la larghezza nel donare, superiore alle sue disponibilità che come indizi sicuri di un'indole buona si vedevano fiorire in quell'adolescente, sembravano far presagire che la benedizione divina si sarebbe riversata su di lui ancora più copiosamente nell'avvenire.
Durante la convalescenza di una grave malattia, (1204), mutò carattere e si allontanò dalle antiche spensieratezze. Mentre si accingeva a partire per la Puglia (primavera del 1205) al seguito dei cavalieri di Gualtiero di Brienne, dovette interrompere il viaggio perché a Spoleto ebbe una visione "Preferisci servire Iddio o un uomo?" Iniziò così la sua conversione nata e maturata in alcuni incontri fondamentali: con se stesso (durante la prigionia), con i poveri e i lebbrosi, con il Crocifisso e con la volontà di Dio letta nel Vangelo. La sua vita è ormai segnata ineluttabilmente dalla mano di Dio. Si reca pellegrino a Roma dove, per un giorno intero, si sostituisce ad un povero questuante davanti a San Pietro; ritornato ad Assisi prega e si mortifica e, seguendo la volontà espressa dal Crocifisso che gli parla nella chiesa di San Damiano (autunno del 1205), restaura la chiesa stessa e quelle di San Pietro e Santa Maria degli Angeli (la Porziuncola).

  Questo luogo il santo amò più di tutti gli altri luoghi del mondo. Qui, infatti, umilmente incominciò; qui virtuosamente progredì; qui felicemente arrivò al compimento. Questo luogo, al momento della morte, raccomandò ai frati come luogo più caro alla Vergine.
Nel frattempo il padre, irritatosi per lo strano comportamento del figlio e per la sua prodigale generosità, decise di sottrarlo a tale vita: lo racchiude dapprima nel carcere familiare, lo cita davanti al tribunale dei consoli comunali, infine davanti a quello ecclesiastico del vescovo Guido. Quivi appunto avviene da parte del padre la famosa rinuncia (aprile del 1806). Francesco diseredato, restituisce perfino le vesti pronunciando le celebri parole: "D'ora innanzi non chiamerò più padre mio Pietro di Bernardone, ma sì Padre Nostro che sei nei cieli". Da quel giorno Francesco sposa la Povertà. Il significato della sua missione lo comprenderà però meglio un poco più tardi (1208) ascoltando, durante una messa, il famoso brano evangelico sulla missione degli Apostoli (Mt 10, 1-42). Depone allora tutto ciò che a lui sembra superfluo nel proprio abbigliamento, si avvolge i fianchi con una fune (nasceva così la divisa del francescano) e si dà a predicare.

  Mentre un giorno ascoltava devotamente la messa degli Apostoli, sentì recitare il brano del Vangelo in cui Cristo, inviando i discepoli a predicare, consegna loro la forma di vita evangelica, dicendo: "Non tenete né oro, né argento, né denaro nelle vostre cinture, non abbiate bisaccia da viaggio, né due tuniche, né calzari, né bastone" (Mt 10, 9-10). Questo udì, comprese e affidò alla memoria l'amico della povertà apostolica e subito, ricolmo di indicibile letizia, esclamò: "Questo è ciò che desidero; questo è ciò che bramo con tutto il cuore!". Si toglie i calzari dai piedi; lascia il bastone; maledice bisaccia e denaro e, contento di una sola tonachetta, butta via la cintura e la sostituisce con una corda e mette ogni sollecitudine del cuore per vedere come realizzare quanto ha sentito e come adattarsi in tutto alla regola e retta via degli Apostoli. Da quel momento l'uomo di Dio, per divino incitamento, si dedicò a emulare la perfezione evangelica e ad invitare tutti gli altri alla penitenza.
Attorno a lui si forma tosto un primo sparuto nucleo di dodici discepoli ai quali Francesco detta una prima Regola. Nel 1210 si reca a Roma per chiedere l'approvazione di questa Regola al Papa Innocenzo III, che l'approva oralmente concedendo a Francesco e ai suoi seguaci di predicare, iscrivendoli tra i "chierici".

  Vedendo che il numero dei frati a poco a poco cresceva, il servitore di Cristo scrisse per sé e per i suoi frati, con parole semplici, una formula di vita nella quale, posta come fondamento imprescindibile l'osservanza del santo Vangelo inserì poche altre cose che sembravano necessarie per vivere in modo uniforme. "Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri" (Mt 19,21). "Non portate niente durante il viaggio" (Lc 9,3). Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce  e mi segua (Mt 16,24). "Questa - disse il santo - è la vita e la regola nostra e di tutti quelli che vorranno unirsi alla nostra compagnia. Va', dunque, "se vuoi essere perfetto" (Mt 19,21), e fa quello che hai sentito".
Tornati ad Assisi, dopo un breve soggiorno a Rivotorto, i "francescani" si trasferirono alla Porziuncola
: ivi sarà la culla dei "Minori" (così Francesco aveva voluto chiamare i suoi frati per umiltà, riferendosi ai minores, cioè alla gente più infima della città e della campagna) perché voleva che l'Ordine dei minori crescesse e si sviluppasse , con l'aiuto della Madre di Dio, là dove, per i meriti di lei aveva avuto inizio. Alla Porziuncola prenderà l'abito il 18 marzo 1212 la nobile assisiana Chiara, la santa fondatrice delle Clarisse, il secondo Ordine francescano. Attorno al 1212 la predicazione francescana si allarga via via in tutta Italia accolta dalle adesioni dei più disparati esponenti delle classi sociali. Ma l'ingrandimento e la diffusione stessa del movimento che si andava propagando anche all'estero, comportarono le prime deviazioni e i primi abusi, ai quali non era facile opporsi dato che si tenevano solamente due Capitoli all'anno e sempre alla Porziuncola, a cui era stata concessa una indulgenza plenaria di origine certamente mistica "Il Perdono", confermata canonicamente dal papa Onorio III nel 1216, per il 2 agosto, giorno della liberazione di San Pietro dal carcere. Nel 1223 Onorio III approvava la nuova Regola, redatta con l'aiuto del giurista cardinale Ugolino che diventerà poi papa Gregorio IX. L'Ordine si era nel frattempo ingrandito e Francesco mosso da svariate motivazioni, rinuncia alla carica di superiore dell'Ordine dei frati minori dedicandosi a quello che sarebbe stato il terzo ordine dei francescani, i Terziari. Elegge suo vicario fra' Pietro Cattani e, dopo la morte di questi, frate Elia. Nel Natale 1223 celebra il Presepio a Greccio.

  Francesco, l'uomo di Dio, vedeva che per il suo esempio moltissimi si sentivano spinti a portare la croce di Cristo con grande fervore, e perciò si sentiva animato egli stesso, da buon condottiero dell'esercito di Cristo, a conquistare vittoriosamente la cima della virtù. L'umiltà, custode e ornamento di tutte le virtù, aveva ricolmato l'uomo di Dio con doviziosa sovrabbondanza. A suo giudizio, egli non era altro che un peccatore, mentre nella realtà era specchio e splendore della santità, in tutte le sue forme. Da architetto avveduto, egli volle edificare se stesso sul fondamento dell'umiltà, come aveva imparato da Cristo. Il santo aveva in orrore la superbia, origine di tutti i mali, e la disobbedienza, sua pessima figlia; accoglieva però, non meno di buon grado, chi umilmente si pentiva. Tra gli altri doni e carismi, che Francesco ottenne dal generoso Donatore, vi fu un privilegio singolare: quello di crescere nella ricchezza della semplicità attraverso l'amore per l'altissima povertà. Il santo, notando come la povertà, che era stata intima amica del Figlio di Dio, ormai veniva ripudiata da quasi tutto il mondo, volle farla sua sposa, amandola di eterno amore, e per lei non soltanto "lasciò il padre e la madre", ma generosamente distribuì tutto quanto poteva avere.  La vera pietà che, come dice l'Apostolo, "è utile a tutto"  (1 Tim 4,8), aveva riempito il cuore di Francesco ........

Si chinava, con meravigliosa tenerezza e compassione, verso chiunque fosse afflitto da qualche sofferenza fisica e quando notava in qualcuno indigenza o necessità, nella dolce pietà del cuore, la considerava come una sofferenza di Cristo stesso.
Aveva innato il sentimento della clemenza, che la pietà di Cristo, infusa dall'alto moltiplicava. Sentiva sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati e, quando non poteva offrire l'aiuto offriva il suo affetto.

  A sei anni dalla sua conversione, infiammato dal desiderio del martirio, decise di passare il mare e recarsi nelle parti della Siria, per predicare la fede cristiana e la penitenza ai saraceni e agli altri infedeli.
  Nell'orazione aveva imparato che la bramata presenza dello Spirito Santo si offre a quanti lo invocano con tanta maggiore familiarità quanto più lontani li trova dal frastuono dei mondani. Per questo cercava luoghi solitari, si recava nella solitudine e nelle chiese abbandonate a pregare, di notte.
  La dedizione instancabile alla preghiera, insieme con l'esercizio ininterrotto delle virtù, aveva fatto pervenire l'uomo di Dio a così grande chiarezza di mente che, pur non avendo acquisito la competenza nelle Sacre Scritture per mezzo della dottrina, tuttavia, irradiato dagli splendori della luce eterna scrutava le profondità delle Scritture con mirabile acutezza di intelletto.
  Splendeva in  lui anche lo spirito di profezia tant'è vero che prevedeva il futuro e leggeva i segreti dei cuori, vedeva le cose lontane come se fossero presenti ed egli stesso si faceva vedere presente, in maniera meravigliosa, alle persone lontane.
  Con la forza del nome del Signore, Francesco, araldo della verità, scacciava i demoni, risanava gli infermi e,  prodigio ancor più grande, con l'efficacia della sua parola inteneriva e muoveva a penitenza gli ostinati e, nello stesso tempo, ridonava la salute ai corpi e ai cuori.
Nei suoi ultimi anni Francesco ebbe a soffrire spiritualmente e fisicamente; il 14 settembre del 1224 riceveva sul monte della Verna
, dopo quaranta giorni di digiuno e sofferenza affrontati con gioia, le stimmate, i segni della Crocifissione.
  Le stimmate
, in un certo senso, erano la bolla del sommo pontefice Cristo, che confermava in tutto e per tutto la Regola e in tutto faceva l'elogio del suo autore.
Dopo questo prodigio egli visse ancora due dolorosi, tormentati anni: i digiuni e le penitenze andavano sfibrando un corpo che per costituzione era delicato. Anche gli occhi ebbero a soffrire una molestissima malattia. Tutto ciò non indebolì quell'amore per Dio e per la creazione espresso nel Cantico di frate Sole e probabilmente composto ad Assisi nel 1225; in esso il Sole e la natura sono lodati come fratelli e sorelle, ed è contenuto l'episodio in cui il santo predica agli uccelli.
Colpito da complessi mali morì nella notte dal 3 al 4 ottobre 1226 ad Assisi nella sua Porziuncola.
Prima si era fatto spogliare della rozza tonaca per morire sulla nuda terra.  Le ultime parole da lui pronunciate furono quelle del Salmo VOCE MEA AD DOMINUM CLAMAVI ......: "Con la mia voce al Signore io grido, con la mia voce il Signore io supplico" "Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi darai la ricompensa" (Sal 141, 2-8).
  Si proponeva di fare grandi imprese,  con Cristo  come condottiero, e mentre le membra si sfasciavano, forte e fervido nello spirito, sognava di rinnovare il combattimento e di trionfare sul nemico. Difatti non c'è posto né per infermità né per pigrizia là dove lo slancio dell'amore incalza a imprese sempre maggiori. Tale era in lui l'armonia fra la carne e lo spirito; tanta era la prontezza della carne a obbedire che, quando lo spirito si slanciava alla conquista della santità suprema, essa non solo non si mostrava recalcitrante, ma tentava di arrivare per prima.
  E disse ai frati:" Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni"
.



Canonizzato già il 16 luglio del 1228
dal pontefice Gregorio IX, due anni dopo veniva sepolto nella basilica di Assisi appositamente costruita da frate Elia alla memoria di Francesco. Era il 25 maggio del 1230, anno in cui i frati celebrarono il capitolo generale ad Assisi. Il 18 giugno del 1239 Francesco assieme a Santa Caterina da Siena, venne proclamato Patrono d'Italia.
  Dio che aveva reso  mirabilmente risplendente in vita, quest'uomo ammirabile, ricchissimo per la povertà, sublime per l'umiltà, vigoroso per la mortificazione, prudente per la semplicità e cospicuo per l'onestà di ogni suo comportamento, lo rese incomparabilmente più risplendente dopo la morte.
  ......... così dal giorno del suo transito brillò e continua a brillare per i numerosissimi prodigi e miracoli che avvengono nelle varie parti del mondo e con i quali la divina onnipotenza lo rende glorioso.
  A Lui sia onore e gloria per gli infiniti secoli dei secoli. Amen

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